Un regalo di compleanno che non mi aspettavo

Oggi, 24 Agosto, è il mio compleanno. Nella vita ho ricevuto tanti regali, alcuni belli, altri meno, tutti apprezzati per l’intenzione. C’è un modo di dire che uso spesso, quasi per rassicurare chi arriva a mani vuote: «basta il pensiero». Oggi, per la prima volta, quel modo di dire mi sta stretto. Perché il pensiero che ho ricevuto è andato molto oltre.

Non è un oggetto. Non lo scarterò. Non lo metterò su una mensola. È una lettera.

Franco Corcione, che chiamo amico e che considero uno dei maestri silenziosi di questo mestiere, ha letto Il Piccolo Albergatore a piccoli sorsi, come ha scritto lui stesso, e ha aspettato qualche giorno prima di mettere per iscritto quello che il libro gli aveva mosso dentro. Poi mi ha inviato queste pagine.

Le pubblico integralmente, con il suo permesso, perché non appartengono più solo a me. Sono la testimonianza di un uomo che è entrato in albergo a quattordici anni, nel 1968, e che quarantotto anni di ospitalità li porta addosso come una seconda pelle. Quando una persona così ti scrive parole simili, il regalo non è per te, ma è per tutti quelli che credono ancora che questo mestiere valga la pena.

Grazie, Franco. Non ho parole per contraccambiare, ma so che tu le parole le sai leggere anche quando restano senza voce. E allora ti dico solo questo: ti voglio bene.

Antonio, anzi Antonello


Carissimi Luisa e Antonello,

è molto impegnativo e rischioso, da parte mia, esternare qualsiasi sentimento, sensazione ed emozione dopo la lettura de Il Piccolo Albergatore.

È stata una lettura bellissima, sorprendentemente emozionante e inebriante, e l’ho fatto a piccoli sorsi per gustarne ogni singola sillaba. Ma nonostante ciò mi sono piacevolmente ubriacato, e ho atteso diversi giorni prima di scrivere questa mia riflessione, sperando di essere sufficientemente sobrio e sgombro dagli impeti emotivi scaturiti al termine della lettura del libro.

Il primo quesito che mi sono posto è stato: come mi pongo dinanzi a un’accoglienza pressoché futurista grazie alle nuove tecnologie e all’AI, venendo io da una scuola dell’hotellerie ormai obsoleta?

Sono ormai otto anni che ho lasciato il lavoro dell’accoglienza, ma nonostante ciò il sentiment dell’ospitalità è sempre attuale. Infatti sogno molto spesso di essere in albergo (da psicanalizzare). Sono sogni fantastici, belli, ricchi di personaggi e situazioni particolari, colorati, avvincenti e con dialoghi in più lingue. Con un po’ di presunzione li paragono a film di Fellini (Amarcord) oppure di Sorrentino (La Grande Bellezza).

Io, come il viaggiatore de Il Piccolo Albergatore, non appartengo a una precisa epoca, ma le varie epoche le ho vissute percorrendo le piccole grandi evoluzioni tecnologiche.

Sono entrato in albergo a quattordici anni. Era il 1968, e da allora ho percorso una strada avvincente.

Dal centralinista, quando ogni tipo di chiamata veniva effettuata solo ed esclusivamente tramite centralino. Lo schedinista o schediniere (nessuno dei due vocaboli esiste nella lingua italiana), colui che compilava dalle 200 alle 300 schedine di pubblica sicurezza dei clienti in arrivo. Il commissioniere, il segretario ricevimento e cassa, il capo del personale e poi direttore.

Epoche in cui si faceva la Main courante a mano.

Telex, di cui leggevo con disinvoltura il significato delle bande perforate. Fax, posta pneumatica, sistema di scrittura con floppy disk, ciclostile e poi finalmente il PC, internet, lo smartphone e tanto ben di Dio a disposizione di tutti. Chi nasce oggi pensa che tutto questo sia sempre esistito, e probabilmente non gli dà il giusto valore. Io, per telefonare, facevo chilometri per raggiungere la cabina telefonica, munendomi prima di sufficienti gettoni.

Ho omesso di trascrivere almeno due pagine di appunti relativi alle mie esperienze, aneddoti e situazioni, onde evitare di prendere la scena per protagonismo patetico. Sono certo che sintetizzare rende comunque l’idea, e che per sapere dove si sta e dove si vuole andare bisogna prima sapere da dove si viene.

Quindi il mio partire da una totale assenza di basilari comodità come l’acqua calda, il bagno completo (il WC era in giardino), la TV, il telefono, mi ha dato il grande privilegio di apprezzare e comprendere meglio le continue e incessanti evoluzioni delle tecnologie e delle comunicazioni, ivi compresa l’AI e tutto ciò che ruota intorno ad essa. Ricerca, calcolo, programmazione e gestione.

Ecco perché la mia lettura viveva parallelamente alla tua fiaba contemporanea, che in maniera elegante ha sottolineato che «il mercato cambia le regole più in fretta di quanto si riesca a starci dietro». E ancora: «la tecnologia, mentre risolve mille cose visibili, tende a mettere in ombra proprio quelle invisibili».

Il tuo libro è stato un grande atto di generosità, di amore e altruismo.

Una lezione di vita, un elegante manuale sull’accoglienza, e per di più gratuito, che spero possa far diventare grande ogni piccolo albergatore.

Adesso si rinnova il quesito. E io? Come mi rapporto, avendo ormai alle spalle quarantotto anni dedicati all’ospitalità? Dovrei essere triste, nostalgico, desideroso di colmare qualche lacuna e/o riparare agli errori commessi.

Invece no.

Anche qui hai colto nel segno con profonda sensibilità, e all’uopo cito in sintesi alcuni passaggi che lasciano un segno indelebile.

«Il viaggio che continua», «L’eredità che si diffonde», «Il messaggio nella bottiglia» e «Il cerchio infinito», dove una frase recita: «rendere questo pianeta un luogo dove ogni persona possa sentirsi accolta, rispettata, amata».

E con la parola amata termino, riportandomi alla tua dedica rivolta alla tua Luisa.

Una dichiarazione d’amore molto coinvolgente e ammirevole, perché fieramente coraggiosa nell’esternarla.

Essa ha permeato tutta la lettura con dolcezza, pagina dopo pagina, che al loro volgere sono state come delle carezze.

È indiscutibile che ogni nostra azione, lavoro, impegno, il vivere quotidiano, è meno gravoso quando ci accompagnano persone speciali, gentili e amorevoli.

Grazie Luisa, Grazie Antonio,
e grazie anche a Claude :)

Con immenso affetto,
Francesco Corcione

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