Il futuro dell’ospitalità? Meno profezie, più presente

Cari amici, vi scrivo così mi distraggo un po’.

Viviamo nell’epoca dei profeti. Ogni giorno qualcuno annuncia la fine di qualcosa. La morte della ricerca organica. Il funerale del sito web. Il trionfo definitivo di questa o quella piattaforma. L’arrivo di un mondo in cui gli hotel si venderanno da soli grazie all’AI, mentre noi staremo lì a guardare, come comparse di lusso.

Il rumore è tanto. Forse troppo.

Nelle ultime settimane, anche io ho dovuto rallentare per un piccolo acciacco fisico. Nulla di grave. Però basta e avanza per ricordarti una cosa semplice, che spesso dimentichiamo. Non tutto dipende da noi. Dipende da noi, però, il modo in cui affrontiamo quello che cambia. Con un occhio al presente. Senza fare i fenomeni. Facendo un passo alla volta.

Ed è proprio qui che cascano tante profezie sul futuro. Mancano di passato. O meglio, mancano di quella esperienza che ti aiuta a leggere il presente senza scambiarlo per una sceneggiatura di fantascienza.

Io nel mondo dell’ospitalità ci vivo da oltre 30 anni. È casa mia. In questo tempo ho visto passaggi che, nel momento in cui arrivavano, sembravano definitivi. Alcuni lo sono stati. Altri molto meno. Ma quello che stiamo vivendo oggi con l’AI ha una portata diversa. Non è il solito aggiornamento di sistema. È una rivoluzione già iniziata.

Sta intervenendo ora, non tra cinque anni, sulle dinamiche della ricerca. Sta spostando riferimenti che per trent’anni ci sono sembrati quasi intoccabili. Visibilità, popolarità, autorevolezza: parole che usiamo da una vita, ma che oggi iniziano a voler dire qualcosa di diverso.

Nel frattempo cambiano anche le regole dell’advertising. Sempre più dati di prima parte. Sempre più audience costruite sui comportamenti, sulle attitudini, sulle preferenze. Sempre più potere nelle mani di poche grandi piattaforme, che decidono dove spingere, quanto spingere e perché farlo. Non sulla base dei nostri bisogni, sia chiaro, ma delle loro marginalità. Del loro EBITDA. I vecchi KPI non stanno sparendo, ma stanno smettendo di bastare.

Potrei fermarmi qui. Ma il punto è che il cambiamento si vede già in molti dettagli concreti.

Il sito web non è morto. Questa è una sciocchezza buona per chi ama i necrologi digitali. Il sito, però, sta cambiando funzione. Non parla più solo con l’utente. Deve dialogare anche con motori di risposta e agenti AI che leggono, interpretano, sintetizzano e, in certi casi, decidono perfino cosa mostrare al posto tuo. Non è più una comunicazione a due. È diventata tripolare.

Anche i social si stanno spostando. Quelli tradizionali perdono centralità. Crescono gli ambienti visuali e ispirazionali, dove la distanza tra desiderio e prenotazione si accorcia sempre di più. L’ispirazione non apre più soltanto un percorso. Sempre più spesso lo chiude in pochi passaggi. Vedi, desideri, scegli. Quasi senza accorgertene.

Detta così, sembra il discorso di uno che vuole spaventare la platea. In realtà è l’opposto. Non sto facendo il profeta di sventura. Sto semplicemente mettendo in fila dei dati di fatto.

Ed è qui che voglio essere chiaro. Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in previsioni solenni su come avverrà la grande distribuzione dei prossimi anni. Non so chi vincerà la battaglia delle prenotazioni tra OTA, canale diretto o qualche altra creatura che oggi non ha ancora un nome e domani si presenterà come la soluzione definitiva a tutto. E diffido parecchio di chi ne parla con sicurezza assoluta.

Di solito, quando uno è troppo sicuro del futuro, è perché ha poca memoria del passato.

La vera sfida, oggi, non è indovinare cosa succederà. È stare dentro questo passaggio con un approccio sensato. Il futuro non si affronta giocando a chi la spara più grossa su LinkedIn. Si affronta lavorando meglio sul presente.

E qui entra in gioco una parola che a molti piace poco, forse perché non si compra in abbonamento e non fa scena nei reel. Esperienza.

L’esperienza non è un accessorio per nostalgici. È quella cosa che ti impedisce di confondere una trasformazione seria con una moda vestita bene. È ciò che ti aiuta a capire quando serve cambiare davvero e quando, invece, stai solo inseguendo il panico del momento. È la base che ti consente di restare curioso senza diventare isterico.

Non so quale sarà la prossima piattaforma dominante. Ma so che l’autorevolezza di una struttura ricettiva non si costruisce con una profezia. Si costruisce giorno dopo giorno, interazione dopo interazione, promessa dopo promessa mantenuta.

Non so come cambieranno i motori di ricerca da qui a due anni. Ma so che già oggi un sito deve essere più chiaro, più leggibile, più strutturato, più comprensibile per esseri umani e sistemi automatici.

Non so se il prossimo scossone arriverà tra sei mesi o tra sei anni. Ma so che lo affronterà meglio chi coltiva memoria, lucidità e voglia di imparare. Non chi recita la parte dell’oracolo.

Per questo, in questo tempo un po’ confuso e molto rumoroso, il mio consiglio da anziano digitale con qualche acciacco incorporato è piuttosto semplice. Viviamo alla giornata, sì, ma non in modo superficiale. Guardiamo al presente con attenzione. Facciamo un passo alla volta. Però facciamolo nella direzione giusta, che è sempre quella della consapevolezza.

Perché il futuro, nell’ospitalità come altrove, non si profetizza.

Si prepara.
Si accoglie.
Si attraversa.
E, nel frattempo, si vive.

Buon presente a tutti.

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