Chi ha ucciso le personas

Nel marketing c’è sempre qualcuno che ammazza qualcosa.

Un giorno muore il sito web.
Il giorno dopo muore la SEO.
Poi tocca ai social organici.
Poi a Google.
Poi alle email.
Adesso è il turno delle personas.

Solo che stavolta, bisogna dirlo, il funerale ha un senso.

Per anni le guest personas sono state una specie di alibi nobile del marketing. Hanno aiutato tante aziende, hotel compresi, a smettere di parlare a una massa indistinta e a iniziare almeno a distinguere. È stato un passo avanti. Meglio parlare a “Marco, il manager in trasferta” che continuare a scrivere testi buoni per chiunque e utili a nessuno.

Il problema è che a un certo punto gli strumenti che ti aiutano a mettere ordine iniziano anche a toglierti profondità.

Ed è esattamente quello che è successo con le personas.

Perché la guest persona nasce da una semplificazione. Ti aiuta a costruire un profilo medio, una figura sintetica, una scorciatoia mentale. È comoda, rassicurante, facilmente raccontabile nelle riunioni. Ti dà l’illusione di conoscere il cliente. Ma appunto, spesso è un’illusione.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale questo limite diventa ancora più evidente. L’AI non lavora bene sulle caricature ordinate del comportamento umano. Lavora meglio sulla complessità. Sui segnali. Sulle sfumature. Sui cambiamenti. Sul contesto. Su ciò che accade davvero, non su quello che abbiamo deciso di far stare dentro una slide sei mesi fa.

Le personas non sono diventate inutili perché è cambiata una moda. Sono diventate strette perché è emersa con più forza la complessità reale delle persone.

E gli ospiti, guarda un po’, sono persone. Non figurine.

Il grande inganno della media

La guest persona è quasi sempre figlia di una media.

Si prendono tanti clienti, si osservano alcuni tratti comuni, si selezionano i comportamenti più ricorrenti, si tolgono le contraddizioni e si costruisce un personaggio coerente. Il punto è proprio questo. Nella vita reale le persone coerenti così, dalla mattina alla sera, esistono poco.

Un ospite non è coerente. È situazionale.

Può essere attento al prezzo in un’occasione e molto meno in un’altra. Può ignorare un servizio per mesi e trovarlo improvvisamente interessante nel momento giusto. Può sembrare impermeabile a una proposta accessoria e poi accettarla senza esitazione se cambiano il contesto, il motivo del viaggio, il tempo a disposizione, l’umore o chi gli sta accanto.

Lo stesso cliente che in vacanza con la famiglia non vuole nemmeno sentir nominare la spa, durante un soggiorno breve da solo o in coppia potrebbe essere molto più incline a concedersi un trattamento, una camera migliore o una cena speciale.

Non perché sia impazzito. Perché è cambiata la situazione.

E invece il marketing tradizionale, con la sua amata persona, tende a inchiodarlo a un profilo. Come se una volta assegnata un’etichetta, quella bastasse a spiegare tutto.

Non basta.

La media tranquillizza chi fa marketing. Ma il business si gioca spesso sulle eccezioni, sulle deviazioni, sui dettagli che la media cancella.

Le personas fotografano, l’AI legge il movimento

Qui c’è il salto vero.

Le personas sono fotografie ptotoshoppate. L’intelligenza artificiale, quando è alimentata dai dati giusti, prova invece a leggere il movimento. Non cerca solo di sapere chi sei in teoria. Cerca di capire cosa stai facendo, in che contesto ti trovi, cosa potrebbe interessarti adesso, non in astratto.

Ed è una differenza enorme.

Per anni gli hotel hanno ragionato con logiche relativamente statiche. Segmenti, target, cluster, provenienze, fasce di età, motivazioni di viaggio molto semplificate. Tutto utile, fino a un certo punto. Ma oggi, se vuoi davvero parlare di personalizzazione, devi uscire dalla logica del cartellino appeso al collo del cliente.

Il punto non è definire una volta per tutte chi è l’ospite.

Il punto è capire come cambia.

Prima della prenotazione, durante il soggiorno, nelle interazioni, nei piccoli segnali, nelle richieste, nelle esitazioni, nelle aperture e nei silenzi. È lì che si nasconde il valore. È lì che si apre lo spazio per una proposta rilevante, per un’esperienza più precisa, per una relazione meno standard e per un ricavo accessorio più sensato.

La personas ti dice chi pensi che sia.
L’AI, se usata bene, prova a leggere chi è in quel momento.

E non è poco.

Il vero nodo non è avere più dati

Qui però arriva il punto che il settore dell’ospitalità tende spesso a saltare. Tutti parlano di dati. Molti ne hanno parecchi. Pochi li trattano davvero come materia viva.

Perché il problema non è accumulare dati. Quello ormai lo sanno fare quasi tutti. Il problema è raccogliere dati che abbiano un significato, un contesto, una possibilità di lettura utile.

Molti hotel conoscono i dati transazionali. Sanno cosa è stato prenotato, quando, per quante notti, a che prezzo, su quale canale. Bene. Sono informazioni necessarie. Ma non raccontano abbastanza.

Dicono cosa è successo.
Molto meno spesso dicono perché è successo.

Ed è proprio quel “perché” che fa la differenza.

Un conto è sapere che un ospite ha scelto una certa tariffa. Un altro conto è capire se l’ha scelta per prudenza, per velocità, per budget, per scarsa fiducia, per mancanza di tempo o perché stava organizzando un anniversario e aveva altre priorità di spesa.

Sembra una sottigliezza. Non lo è affatto.

Senza contesto, il dato è mezzo cieco.

Il momento decisivo è spesso durante il soggiorno

Un altro equivoco diffuso è pensare che la personalizzazione si giochi quasi tutta prima della prenotazione.

Non è così.

Una parte del valore si costruisce prima, certo. Ma la parte più interessante, quella più dinamica, spesso si gioca durante il soggiorno. È lì che l’ospite manifesta bisogni reali, cambia atteggiamento, apre o chiude possibilità. È lì che molte strutture potrebbero lavorare meglio su esperienza e ricavi, se solo leggessero bene ciò che succede.

Una richiesta al chatbot.
Un comportamento di navigazione prima del check-in.
Una preferenza espressa al front office.
Una domanda fatta al breakfast.
Una lamentela che nasconde altro.
Un interesse appena accennato.

Questi non sono pettegolezzi. Sono segnali.

E i segnali valgono più delle etichette.

Il punto è che per anni il marketing alberghiero ha preferito i contenitori ai segnali. Perché i contenitori sono ordinati, stanno nei file, nelle dashboard, nei ragionamenti da meeting. I segnali invece sono più scomodi. Vanno raccolti, interpretati, collegati. Richiedono una cultura del dato più matura e meno meccanica.

Uccidere le personas non significa eliminare l’essere umano

Qui c’è un altro rischio, tipico di certi entusiasmi tecnologici un po’ ingenui. Pensare che, una volta superate le personas, basti lasciare tutto in mano ai sistemi automatici.

Sarebbe un altro errore.

Perché una parte decisiva della comprensione dell’ospite resta umana.

Resta nello sguardo di chi lavora in reception. Resta nella sensibilità di chi serve ai tavoli. Resta nella capacità del personale di cogliere una sfumatura, una richiesta implicita, una preferenza non dichiarata in modo formale. Questi segnali qualitativi sono preziosi. Il problema è che molto spesso non vengono raccolti, non vengono organizzati, non entrano in nessun sistema utile.

E allora si perdono.

Il futuro non è togliere l’uomo di mezzo. È fare in modo che ciò che l’uomo vede non venga disperso.

La partita non è tecnologia contro relazione. È relazione più tecnologia contro l’approssimazione.

Questo è il punto serio.

Il marketing alberghiero deve crescere

Se c’è una verità che questo tema mette in faccia al settore, è che il marketing alberghiero in molti casi si è fermato troppo a lungo a strumenti semplificati. Utili, sì. Ma semplificati.

Le personas hanno aiutato un paio di generazioni di aziende a segmentare meglio. Bene. Però oggi continuare ad affidarsi a quei modelli come se fossero ancora sufficienti vuol dire restare attaccati a una visione ridotta dell’ospite.

E ridurre l’ospite vuol dire ridurre anche le opportunità.

Ridurre la qualità della proposta.
Ridurre la capacità di leggere il momento.
Ridurre la possibilità di fare personalizzazione vera.
Ridurre perfino il potenziale economico che tutti dicono di voler inseguire.

Perché poi, alla fine, il tema è sempre quello. Non stiamo parlando di filosofia da convegno. Stiamo parlando di fare meglio marketing, vendere meglio, servire meglio, creare esperienze più sensate e meno prefabbricate.

Le personas oggi non bastano più perché il comportamento umano non sta più dentro quella gabbia così stretta. E l’intelligenza artificiale, paradossalmente, non ci invita a disumanizzare la relazione. Ci costringe semmai a riconoscere che le persone sono più complesse di come le abbiamo raccontate finora.

Capirlo è già un passo avanti.
Agire di conseguenza è il lavoro vero.

E forse la domanda non è più chi ha ucciso le personas.

La domanda giusta è un’altra: perché continuiamo a usarle come se fossero ancora vive?

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